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Recensione L'idiota di Elif Batuman

Buongiorno lettori,
oggi la mia collaboratrice, nonchè salvatrice del blog, ci parlerà dell'Idiota di Elif Batuman.

Risultati immagini per elif batuman l'idiotaTitolo: L’IDIOTA
Autore: Elif Batuman
Anno: 2018
Genere: Nonfiction
Pagine: 432
Editore: Einaudi















TRAMA
Selin ha diciotto anni e grandi aspettative, ma non è una diciottenne come tutti, o almeno cosí crede. Lei è la ragazza prodigio che ha letto sempre un libro piú degli altri, e pensa di aver già fatto ogni esperienza possibile attraverso le pagine dei romanzi che ama. Ma al primo anno di università
scoprirà che purtroppo le persone non sono personaggi e forse le certezze dei libri non sono poi cosí certe. Scoprirà che l'amore è piú strano, banale eppure complesso di quanto si potrà mai leggere. Scoprirà di essere un'idiota, come tutti.
Nel 1995, mentre il mondo impara a usare le email e a comunicare via internet, Selin è una matricola a Harvard. Per lei comunicare, con o senza internet, è sempre stato un problema. Il suo rapporto con il mondo passa soltanto attraverso i romanzi: e cosi tutto della vita universitaria le pare assurdo. Il cavo Ethernet della connessione di dipartimento serve per impiccarsi? Se si compra tequila per la festa, come mai anche il sale? E perché nessuno si rende conto di desiderare solo ciò che non può avere? Quando però incontra Ivan tutto cambia. E per la prima volta capisce quanto è bizzarro e doloroso il desiderio e quanto è difficile ottenere ciò che si vuole davvero. Elif Batuman fa, con una grazia e un umorismo davvero unici, qualcosa di straordinario: il racconto della giovinezza. Di quel tempo, cioè, in cui ogni esperienza ci viene incontro come se fosse la prima volta, di quell'epoca della vita (l'unica) in cui impariamo tutto, sempre, in ogni momento. Ma anche di quell'età di cui, come diceva Proust, non ripeteremmo nulla, di quei giorni che rivisti oggi, per quanto offuscati dal filtro
della nostalgia, ci appaiono come una lunga e disperante sequela di errori, passi falsi, malintesi. Di idiozie. Un tempo pieno di noia e giri a vuoto, ma che allora ci sembrava pieno di senso, decisivo, eccitante (domanda: quindi cos'è che rende significativi certi fatti della vita e altri meno?
Non sarà forse il modo in cui li raccontiamo, dice Batuman, il modo in cui ne facciamo letteratura?)


RECENSIONE
“Ma la caratteristica della ridicola età che stavo attraversando – età tutt’altro che ingrata, molto feconda – è di non consultare l’intelligenza e di credere che i menomi attributi degli esseri siano parte indivisibile della loro persona. Tutti circondati di mostri e di dèi , non si conosce la calma. Dei gesti compiuti in quegli anni, quasi non ve n’è uno che più tardi non vorremmo sopprimere, mentre invece ciò che dovremmo rimpiangere è di non possedere più la spontaneità che ce li faceva compiere. Più tardi si vedono le cose in modo più pratico, pienamente conforme a quello del resto della società, ma l’adolescenza è il solo tempo in cui si sia imparato qualcosa”, Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore.

Questo l’esergo proustiano. E in questa frase, a parer mio, è racchiusa tutta la filosofia del romanzo ed il suo messaggio. Elif Batuman ha una vera e propria ossessione per la letteratura russa sin
da quando frequentava Harvard, tant’è che il suo primo romanzo d’esordio s’intitola “The Possessed: Adventures With Russian Books and the People Who Read Them” ed il seguente L’idiota: entrambi i titoli presi in prestito da quelli di Dostoevskij.
Questo libro è stato definito un romanzo di formazione dalla stessa autrice, un bildungsroman e, in effetti, è la storia della “formazione” sia universitaria sia amorosa della protagonista Selin, in un arco di tempo di 12 mesi.
Nella prima parte viene raccontata la sua vita nel suo primo anno di Università ad Harvard – vuole fare la scrittrice - e la si vede destreggiarsi tra tutti i corsi e le relative lezioni: linguistica, scrittura, lingua russa, psicologia del linguaggio, ma si percepisce che per lei è difficile vivere quest’esperienza – lei che è una nonconventional e che non vuole essere incasellata in uno stereotipo.
«Era difficile decidere quale corso di letteratura frequentare. Tutto ciò che dicevano i professori sembrava secondario rispetto alle questioni importanti. Tu volevi sapere perché Anna doveva morire, e invece quelli ti dicevano che i proprietari terrieri russi dell’Ottocento erano combattuti fra il sentirsi e il non sentirsi davvero europei. Il sottinteso era che fosse sinonimo di ingenuità voler parlare di qualcosa di interessante, o pensare di poter mai arrivare a capire qualcosa di importante.»
Nella seconda parte, concluso il primo anno universitario, Selin si reca in Ungheria con alcuni suoi compagni per insegnare inglese nella campagna ungherese.
«L’Ungheria somigliava sempre più a Guerra e pace: ogni cinque minuti spuntavano fuori nuovi personaggi, con i loro nomi insoliti e la parlata peculiare, e bisognava dargli retta per un po’ anche se magari non li incontravi mai più per tutto il resto del libro.»
Devo essere onesta: arrivata esattamente a metà libro, al termine della prima parte, ero incerta se procedere nella lettura o fermarmi (e questo è uno dei diritti del lettore, secondo Pennac!): non capivo la storia, mi annoiava la lentezza della scrittura ed in più un’empatia pressoché pari a zero con la protagonista. Ma io sono caparbia e non mi arrendo tanto facilmente (sarà questione di fiuto?) e, quindi, ho deciso di proseguire e sono arrivata alla fine. Mai decisione è stata più fausta! Sicuramente è un libro non convenzionale (come Selin), che si fa fatica ad inquadrare: mi ha ricordato molto “Stoner” (anche qui, infatti, non succede nulla di impressionante e di significativo se non lo svolgersi della vita stessa), che ho amato tanto per quel suo essere particolare; qualcuno lo ha definito nonfiction, o più precisamente lo ha inquadrato in quel genere giornalistico-letterario che molti definiscono “personal essay” e che il New Yorker ha ribattezzato “personal history”.
"Ho scritto una prima bozza quando avevo vent'anni senza pensare che sarebbe diventato un romanzo di formazione. Quando mi sono trovata a revisionarlo, a 38 anni, ho capito che si trattava di un romanzo che racconta due vite. Un libro come viene definito negli Stati Uniti "Campus" che parla
dell'attività nei campus universitari e di come si vive l'amore a 18 anni, quando si è giovani e ci si lascia trascinare dalle relazioni sentimentali

(…) Una storia d'amore o la storia d'amore non determina il destino di una persona e questo mi interessava raccontare " spiega la scrittrice.
Per concludere, nella sua “staticità” ho trovato esaltante questo libro e da leggere e rileggere assolutamente!


NOTIZIE SULL’AUTORE
Elif Batuman è nata a New York nel 1977 da una famiglia turca colta e benestante, musulmani laici e kemalisti: la madre aveva studiato al liceo americano di Ankara; il padre, di origini più modeste, è cresciuto nell’Anatolia meridionale; il suo nome deriva dalla pronuncia turca della prima lettera dell’alfabeto arabo, la alif. Cresce nel New Jersey, studia linguistica e letteratura russa a Harvard e Stanford, dove ha fatto il dottorato in Letterature comparate, ed inizia a scrivere su numerose
riviste. Collaboratrice del «New Yorker» dal 2010, ha vinto il Whiting Writers Award, il Rona Jaffe Foundation Writers Award e il Paris Review Terry Southern Prize for Humor. Per Einaudi ha pubblicato I posseduti.
Storie di grandi romanzieri russi e dei loro lettori (2012) e il suo primo romanzo L'idiota (2018). Su twitter è conosciuta come @BananaKarenina.

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