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Recensione gli Indifferenti di Alberto Morovaia

Buongiorno lettori, 
oggi Tiziana ci parla di un nuovo libro: Gli Indifferenti di Alberto Morovaia.


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Titolo: GLI INDIFFERENTI
Autore: ALBERTO MORAVIA
Anno: 1929
Genere: Narrativa italiana
Pagine: 216
Editore: Bompiani
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TRAMA
Nel giorno del ventiquattresimo compleanno di Carla, Leo Merumeci tenta di approfittare della giovane, facendola ubriacare. Il tentativo però fallisce perché Carla si sente male e vomita.
Mariagrazia, madre di Carla, visto che l'amante la trascura, è convinta che egli abbia un'altra donna e senza rendersi conto della situazione pensa che questa sia la sua amica Lisa. Lisa è invece invaghita del giovane Michele che, come sua sorella Carla, non è che un debole: pur insofferente di ciò che lo circonda, consapevole che Leo circuisce sua madre per impossessarsi della loro villa di famiglia, è incapace di reagire. Michele s'accorge dell'attrazione che Lisa prova per lui, quindi si lascia passivamente corteggiare, senza manifestare alcun segno di coinvolgimento sentimentale. Lisa intanto, piccata per la sostanziale indifferenza di Michele nei suoi confronti, vuole punzecchiarlo, sicché l'informa della segreta relazione di Carla con l'amante della loro madre. Michele ne rimane colpito, ma la rabbia che dimostra non è sincera. Comunque Michele si sente in dovere di affrontare finalmente Leo per vendicare l'onore familiare. Comprata una pistola, si reca a casa di Leo con l'intenzione di sparargli. Ne esce umiliato e perdente, poiché gli spara dimenticandosi di caricare l'arma. Per evitare che la villa sia venduta a un miglior offerente, Leo, timoroso di vanificare quanto ha cercato di ottenere, chiede a Carla di sposarlo. Carla, nonostante lo disprezzi e non lo ami, è attratta dall'idea di una nuova vita benestante e borghese che assicuri il benessere a se stessa, alla madre ed al fratello. Con freddezza accetterà la proposta di matrimonio, rinunciando al sentimento, ma forse non alla passione.

RECENSIONE
GLI INDIFFERENTI è il romanzo d'esordio di Alberto Moravia pubblicato nel 1929, ossia quando Moravia aveva solo 22 anni.
La trama è semplice, con solo cinque personaggi e tutta la storia si consuma in due giorni: Mariagrazia, la madre; Carla, figlia di Mariagrazia, che diventa  l’amante del compagno della madre solo per dare una scossa alla propria vita apatica; Leo, ossessionato dalla ricchezza e dalla libidine; Michele, il fratello di Carla, perennemente annoiato;  Lisa, amica di famiglia.
L’apatia e l’indifferenza che imperano per tutto il romanzo sono qualità che vengono attribuite anche all’ambiente circostante ed alle cose: «In quel corridoio l’abitudine e la noia stavano in agguato e trafiggevano l’anima di chi vi passava come se i muri stessi ne avessero esaltato i velenosi spiriti; tutto era immutabile, il tappeto, la luce, gli specchi, la porta a vetri del vestibolo a sinistra, l’atrio oscuro della scala a destra, tutto era ripetizione.». Tutto trasuda INDIFFERENZA.
E’ un romanzo di denuncia, di protesta  e di rottura con l’ambiente borghese che imperava a quei tempi – siamo in pieno fascismo  - e che Moravia descrive come corrotta, in decadenza, apatica, meschina, interessata solo alle apparenze.
«”Come si fa?" Disse la madre; "non si può mica dir sempre la verità in faccia alla gente...le convenienze sociali obbligano spesso a fare tutto l'opposto di quel che si vorrebbe...se no chi sa dove si andrebbe a finire"». 
I protagonisti del romanzo sono incapaci di provare emozioni autentiche se non quelle della noia e dell’indifferenza, intrappolati tra quello che pensano realmente e quello che dicono, tra la realtà e l’apparenza: si adattano passivamente alla realtà che li circonda senza fare alcunché per cambiarla.
“Non aveva fame, tra tutte quelle cose affamate della sua vita; in verità questa stanza nella quale avrebbe dovuto nutrirsi, si era nutrita di lei: tutti quegli oggetti inanimati avevano succhiato giorno dopo giorno la sua vitalità, con una tenacia più forte dei sui vani tentativi di liberazione: nel legno cupo delle credenze panciute fluiva il suo miglior sangue; in quell’eterno bianco dell’aria si era dissolto il latte della sua carne, nel vecchio specchio là, di fronte al suo posto, era rimasta prigioniera l’immagine della sua adolescenza.”
Il ritmo lento della storia, il lessico con un registro medio-alto e scarno, la scrittura realista: tutto ciò conferisce drammaticità e tragicità alla storia. Lo stesso Moravia, in una delle sue lettere definisce la sua scrittura come “una scrittura espressionista con una tensione esistenziale, interpretabile in prospettiva modernista…in grado di raccogliere il disagio di inizio secolo con un decennio di anticipo sulle analisi di Sartre e Camus” (brano tratto da “Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto. Lettere 1926-1940” di Moravia a cura di Alessandra Grandelis).
Moravia viene fatto rientrare dai critici della prima metà del Novecento nella corrente letteraria definita Modernismo ossia “la definizione di un diverso rapporto con la realtà dentro le rinnovate coordinate sociali e culturali di inizio Novecento, tracciate dai processi economici della seconda rivoluzione industriale, dalle scoperte sull’inconscio e dalla conseguente interiorizzazione del tempo” (brano tratto da Lettere 1926-1940).
“Si fermò un istante: gli parve che la testa gli girasse; una stanchezza, un disgusto senza speranza gli pesavano addosso: il cuore gli tremava…”
Se dovessi definire questo romanzo con due aggettivi, direi ANGOSCIANTE E NAUSEANTE, di sartriana memoria; prova ne è che la stessa Dacia Maraini, compagna di una lunga parte della vita di Moravia, così ha affermato:  “Questo romanzo ha proposto un nuovo modo di guardare il mondo che si allontanava dal verismo e dal naturalismo; stava proponendo quello che in Francia ha trionfato con il nome di esistenzialismo. Jean-Paul Sartre e Albert Camus ci arrivarono dopo. Moravia questo romanzo l’ha scritto negli anni ΄20; è stato un assoluto precursore rispetto al tema dell’esistenzialismo”.

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