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Recensione Stoner Di John Williams


Buon pomeriggio lettori!
Oggi la nostra straordinaria Tiziana, ci parla di un libro che, a mio parere, tutti dovrebbero leggere!
Come sempre, ringrazio la mia collaboratrice per il tempo che dedica nel scrivere le sue recensioni e, per il suo immenso aiuto nel rendere questo blog più attivo!





STONER” di John Williams
Editore: Fazi Editore
Genere: Narrativa psicologica
Anno edizione: 1965
Pagine: 332

14 settembre 2018

TRAMA

William Stoner nasce in una povera famiglia nella campagna del Missouri e inizia a lavorare nel terreno del padre. Nel 1910, all'età di diciannove anni, accede all'Università di Missouri e si iscrive alla facoltà di Agraria. Durante un corso di Lettere e Filosofia il professore legge il sonetto n.73 di Shakespeare e Stoner ne resta affascinato, perciò dirotta i suoi studi verso la letteratura. Otto anni dopo si laurea e diventa insegnante presso la stessa università in cui ha condotto gli studi. Successivamente si sposa con una donna di nome Edith dalla quale ha una figlia, Grace, ma il loro matrimonio diventa infelice e contrastato; dopo vari anni si innamora di Katherine Driscoll, una giovane studiosa conosciuta in un corso ma la loro relazione, che inizialmente i due riescono a mantenere nascosta, viene scoperta e scatena uno scandalo all'interno dell'università. Stoner è perciò costretto a lasciare la compagna. La carriera universitaria prosegue senza successi né promozioni, ostacolata per venticinque anni dal suo capo di dipartimento. Stoner muore nel 1956 all'età di sessantacinque anni.

RECENSIONE

Inizio già dicendo il mio pensiero sul libro: assolutamente straordinario! Consiglio vivamente!
"Come riesce l’autore in questo miracolo letterario? A oggi ho letto Stoner  tre volte e non sono del tutto certo di averne colto il segreto, ma alcuni aspetti del libro mi sono apparsi chiari. (…) È il caso che abbiamo davanti. Pubblicato per la prima volta nel 1965, Stoner è stato ristampato dalla New York Review Books nel 2003. Negli Stati Uniti questa seconda uscita ha rappresentato una sorta di fenomeno letterario: il libro ha venduto più di 50.000 copie e gode di un entusiasta passaparola fra lettore e lettore. Che cosa ne ha determinato il grande richiamo e l’enorme successo? È un libro piccolo, dalle modeste ambizioni, ma affronta ed esplora gli interrogativi più imprescindibili e sconcertanti che ci è dato di conoscere: perché viviamo? Che cosa conferisce valore e significato alla vita? Che cosa vuol dire amare? Per la terza volta, leggendo le pagine finali di questo magnifico libro, ho pianto. Sul letto di morte William Stoner guarda fuori il giardino illuminato dal sole e vede un gruppo di studenti che attraversa il prato. «Camminavano leggeri sull’erba, quasi senza toccarla, senza lasciare tracce del loro passaggio». Come quei ragazzi «allegri e incantati», Stoner attraversa con grazia leggera e delicatezza il cuore del lettore, ma la traccia che lascia è indelebile e profonda." Postfazione di Peter Cameron.
Non posso che essere d'accordo con tutto quello qui sopra riportato.
Ho trovato questo romanzo con una capacità descrittiva elevata, ricco di dettagli con un modo unico di rappresentare i personaggi - nonostante abbia come soggetto una vita ordinaria e mediocre, come quella del protagonista; inoltre, altro punto a favore del libro, io amo i romanzi in cui viene raccontata la vita americana, quella della provincia americana.  Già dalle prime righe del romanzo l'autore mette subito in chiaro il lettore su quale sarà la storia: "William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido (p. 9)."
Nonostante questa premessa dell'autore, non si può non amare e parteggiare per Stoner: si prova molta empatia per il personaggio e si fa fatica, alla fine, a lasciarlo andare e a chiudere il libro. Rimane attaccato addosso. Concludo citando ancora Cameron: “La verità è che si possono scrivere pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria”.


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